La donna che sparò a Mussolini

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Poche righe di Storia

Il 7 aprile 1926, a Roma, Benito Mussolini ha da poco partecipato all’inaugurazione del congresso internazionale di chirurgia al Palazzo dei Conservatori, parlando, nel suo intervento, delle “meraviglie della medicina moderna”, quando, mentre attraversa la piazza del Campidoglio, un colpo di pistola lo ferisce di striscio al naso. Secondo le testimonianze, il duce si salva grazie al movimento all’indietro della testa, un attimo prima, per un saluto romano.

A sparare, è Violet Gibson, una vedova cinquantenne di origini irlandesi, vissuta tra Dublino e Londra, convertitasi al cattolicesimo nel 1902, e con alle spalle anni travagliati per le malattie, un’esperienza in manicomio e un tentato suicidio.

La donna, sottratta alla folla che vuole linciarla, è subito interrogata dalle autorità di polizia; ma, in stato confusionale, non fornisce una ragione plausibile a giustificazione del suo grave gesto. Dice di avere agito contro il capo del fascismo “per glorificare Dio”.

Ritenuta inferma di mente, su decisione di Mussolini, non viene incriminata e, in seguito, è rimpatriata in Inghilterra, per essere ricoverata al St Andrew’s hospital di Northampton, dove la dichiarano affetta da paranoia cronica. La sua famiglia, appartenente all’aristocrazia irlandese, sente il dovere di scrivere al Governo italiano per scusarsi. In Italia, al di là di supposizioni, rimaste tali, anche di tipo complottistico, di lei non si saprà più nulla.

Violet Gibson morì nel 1956.

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