Quella volta che Federico II di Svevia fu salutato con lanci di immondizia

Poche righe di Storia

Anno 1229, l’imperatore Federico II di Svevia e il sultano Al Kamil sottoscrivono un trattato col quale Gerusalemme torna alla cristianità. La Città Santa era stata conquistata da Saladino, nel 1187. L’accordo, frutto di una lunga e delicata trattativa diplomatica, prevede per i pellegrini anche l’accesso a Betlemme e Nazareth.

Senza colpo ferire, lo scomunicato Federico ottiene un successo clamoroso, contravvenendo ai principi papali della crociata militare che avrebbe dovuto riscattare con la spada e col sangue i luoghi di Cristo.

Papa Gregorio IX, che desidera la rovina dell’imperatore, schiuma rabbia, ostili il clero locale, patriarca in testa, gran parte dei baroni, i Templari e gli Ospitalieri. Anche diversi musulmani, però, non sono entusiasti.

Lo Staufen e Al Kamil hanno modificato alcuni consolidati equilibri.

Il papato, intanto, per seminare il caos, scatena la disinformazione; viene messa in giro la voce che l’imperatore, in Terra Santa, sia morto. Le truppe della Chiesa si muovono con l’intenzione di invadere il Regno di Sicilia.

In un clima di congiura, Federico realizza che deve tornare al più presto in Italia; e, domenica 18 marzo 1229, a Gerusalemme, nella Basilica del Santo Sepolcro, alla sola presenza dei suoi dignitari e dei fedeli Cavalieri Teutonici, si autoincorona re.

L’imperatore lascia Gerusalemme e, nelle settimane successive, raggiunge Acri, dove le navi sono pronte a partire.

Il 1° maggio, mentre si reca al porto della città più sporca dell’Oriente cristiano, sbucando dai vicoli fetidi, una moltitudine di venditori del mercato, macellai, donne scarmigliate e maldicenti, bersaglia lui e il suo seguito con immondizia, budella e frattaglie in segno di disprezzo.

Federico non se ne cura più di tanto e prende il mare. Allontanandosi, guarda corrucciato le Terre d’Oltremare.

Solo il 23 luglio 1230, avendo l’imperatore manifestato la sua autorità, il papa, che ha impiegato contro di lui una parte considerevole delle elemosine raccolte per la crociata, gli toglie la scomunica.

Lo Svevo da “discepolo di Maometto” torna ad essere il “diletto figlio della Chiesa”.

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