
Non deve sembrare esagerato definire, oggi, Lucera “città che si aggrappa alla speranza”. Sospesa in un presente avaro di risposte con le quali immaginare un futuro rassicurante, Lucera vive con tutti i punti interrogativi di un Mezzogiorno che fatica ancora ad assumere un modello chiaro e condiviso di sviluppo. Storture, ritardi, abusi, lotte di potere, personalismi pesano sul patrimonio valoriale di un territorio dal quale ancora pochi traggono molto e troppi non trovano soddisfazione per i propri talenti. Chi non parte per andare a cercare fortuna, va avanti alla bell’e meglio, difendendo la sua dignità di cittadino votato alla rinuncia.
La lotta quotidiana per riconoscersi parte di questa comunità, per alcuni, spesso, risulta fin troppo impegnativa, altri vanno in chiesa a pregare i santi. Lo spopolamento, che non è solo di persone, di corpi che si spostano da un’altra parte, ma anche di sensibilità e competenze, crea un vuoto che ci si sforza di riempire con la speranza.
Così, Lucera spera che qualcosa cambi. Spera nel ritorno del tribunale, nella ripresa dell’ospedale, nel rilancio del commercio, nella rinascita del centro storico, nella scomparsa del degrado urbano e nel consolidarsi di un ritrovato senso civico. Lucera spera di vedersi invasa da moltitudini di turisti; e spera, pure, di “vivere con la cultura“. Ricordate, il mantra degli oracoli che amano la città?
La speranza, in un contesto di problemi irrisolti, può significare attesa e resistenza; può essere una forma di fiducia collettiva, costruzione di legami, forza morale che si impone. Ma, può anche scadere nell’immobilismo, nella rassegnazione, nella delega continua, nell’abitudine al disagio, nella paralisi sociale. Le persone, insomma, smettono di percepirsi come parte attiva e si allontanano dalle istituzioni e da una reale presa di coscienza.
A pesare, e tanto, sono le insufficienze e le contraddizioni dell’azione politica, non scevra da manifestazioni egotiche. A Lucera, in settimane che ci avvicinano all’appuntamento elettorale delle Comunali, durante le quali – possiamo dirlo – la cultura politica sembra sia andata a nascondersi chissà dove, i cittadini, già stufi, assistono a quello che qualcuno ormai definisce, senza giri di parole, un “mercato delle vacche”.
I tatticismi sono così esasperati che, addirittura, i simboli dei partiti diventano una scocciatura, un impiccio burocratico da risolvere in qualche modo e con il pallottoliere a portata di mano, si intende. Solo tempo fa, uno degli attori di tale scenario disse che “è ritornato il tempo dei partiti: basta col civismo che non ha portato da nessuna parte”. “Alla faccia del bicarbonato di sodio”, direbbe, molto applaudito, il grande Totò, al cospetto di questi personaggi per i quali, ormai è chiaro, l’identità politica, tanto sbandierata, vale fino a un certo punto.
Oggi, Lucera si interroga, dicevamo, su quale potrà essere il suo futuro; ma una domanda (molto retorica, per la verità) aleggia su tutte: perché lo fanno?
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