
L’ITET di Lucera, giovedì 22 gennaio, ha accolto un laboratorio di cittadinanza attiva, con due testimoni d’eccezione: Brizio Montinaro e Stefano Mormile, fratelli rispettivamente di Antonio, ucciso nella strage di Capaci il 23 maggio 1992, e di Umberto, educatore carcerario assassinato l’11 aprile 1990 e prima vittima rivendicata dalla sigla della Falange Armata.
Si è trattato di un incontro interamente dedicato ai temi della legalità, della memoria e dell’attualità, durante il quale si è sviluppata un’analisi attenta del legame tra le stragi del passato e le dinamiche del presente, inserite in un più ampio percorso di riflessione sulla violenza giovanile e sulle scelte responsabili.
I nomi di Antonio Montinaro e Umberto Mormile sono simboli indelebili della lotta alle mafie. Antonio, caposcorta del giudice Giovanni Falcone, perse la vita nella strage di Capaci il 23 maggio 1992. Suo fratello Brizio ha ricordato come Antonio, dopo aver conosciuto l’operato sinergico dei magistrati nel primo Maxiprocesso, scelse volontariamente di tornare a Palermo per continuare a proteggere Falcone. Umberto Mormile, educatore carcerario, fu assassinato l’11 aprile 1990 dalla ’ndrangheta, mentre si recava al lavoro presso il carcere di Opera. Stefano Mormile ha svelato i retroscena inquietanti di quell’omicidio: Umberto aveva scoperto infiltrazioni illegali di agenti dei servizi segreti che incontravano boss mafiosi in carcere per stringere accordi criminali.
Da questo confronto è emersa una riflessione particolarmente intensa sulla realtà locale: è stato ricordato come la criminalità organizzata nel Foggiano sia tra le più violente e come il sistema mafioso risulti spesso profondamente intrecciato al tessuto economico quotidiano.
L’invito rivolto ai giovani è stato dunque quello di non considerare la criminalità organizzata come un problema lontano, ma di contrastarla attraverso la cura delle “piccole cose”, a partire dalla lotta a fenomeni come il bullismo all’interno delle scuole.
