
Il mondiale di calcio 2026, Stati Uniti, Canada e Messico, affollatissimo di squadre, ben 48, voluto dal discusso presidente della Fifa, l’italo-svizzero Gianni Infantino, in ottimi rapporti con Donald Trump, non sta accendendo, bisogna dirlo, molti entusiasmi, a dispetto delle trionfalistiche dichiarazioni di rito da parte degli addetti ai lavori, network televisivi compresi.
Questo campionato del mondo, miliardario e di pretesa magniloquenza, sta dimostrando di essere la definitiva consacrazione dell’avvenuta metamorfosi del sistema calcio, ormai costruzione affaristica, che cerca “nuovi mercati” (le squadre potrebbero diventare 64 nelle prossime edizioni), e piegata alle necessità delle lobby, nonché permeabile alle imposizioni della geopolitica. Mentre continua lo stucchevole racconto su quanto siano epici gli sponsorizzatissimi (dalle lobby) Messi e Ronaldo, si assiste al riprovevole trattamento riservato alla nazionale iraniana, tutt’altro che sprovveduta in campo, ingiustamente discriminata, sul territorio statunitense. Che fine ha fatto la comunità sportiva internazionale che, un tempo, difendeva i valori della lealtà e del rispetto?, si chiedono coloro che restano ancorati ai balsamici (per l’anima) ricordi del calcio romantico. Si tratta di un mondiale diseducativo per il movimento globale del pallone e per quei ragazzi che, se ben guidati, possono ancora avere la forza di sognare.
È lontano anni luce il mondo di Silvio Baldini, il ct dell’Italia Under 21 capace sulla panchina della prima squadra di dimostrare che, in fondo, un’altra idea si può seguire. Ma Baldini è un eretico, ed è un tipo che denuncia i guasti del calcio attuale, causati da individui che fanno il bello e il cattivo tempo, minandone la credibilità. Baldini è un puro che crede ancora nello sport come scuola morale e fucina di valori, un insegnamento che dovrebbero recepire gli attori del calcio dilettantistico, all’interno del quale troppi sono i segnali negativi che si avvertono. Assistiamo, infatti, nei contesti locali, da parte di giocatori, allenatori, dirigenti di piccoli club, di genitori fuori di testa, di certi tifosi e di gente che anima il variopinto contorno, a modi di fare e dire scimmiottati dalle figure e dalle situazioni che si susseguono nelle dinamiche professionistiche, in televisione, sulla rete, sui giornali nazionali. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: progetti che falliscono, titoli sportivi che passano di mano in mano, sogni di salti impetuosi nelle categorie superiori che si arenano miseramente per valutazione errata dei presupposti tecnici, umani, economici, logistici e per gli atteggiamenti, non di rado, ambigui, quando non proprio dannosi, della politica.
I tempi durissimi che viviamo non consentono fraintendimenti; pena la totale scomparsa, lo sport locale deve ritrovare la strada smarrita dell’umiltà e smettere di guardare ai “televisionati” show di luci e miliardi come a una terra promessa alla portata di tutti. Ci si salva solo recuperando la bellezza del gioco, dello stare insieme, dell’identità, dell’essere squadra, della partecipazione, valorizzando i propri giovani, affidati alla saggezza di veri uomini di sport, e ce ne sono, abituati a concepirsi educatori, prima di tutto. Come insegna Silvio Baldini.
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