23 marzo 1919, a Milano Mussolini fonda i fasci italiani di combattimento

RIGHE DI STORIA

Il 23 marzo 1919, Benito Mussolini fondò i Fasci italiani di combattimento, in una sala del circolo dell’Alleanza industriale e commerciale, gestito da un noto imprenditore interventista, Cesare Goldmann, al primo piano del civico 9 di piazza San Sepolcro, a Milano. Quel movimento, nel novembre 1921, sarebbe diventato il partito nazionale fascista.

L’assemblea, presieduta da Ferruccio Vecchi, capitano degli arditi, non fu molto affollata, secondo gli storici; e fu a mala pena menzionata dalla stampa nazionale. Tra i partecipanti vi erano futuristi, compreso Filippo Tommaso Marinetti, repubblicani, socialisti, anarchici, liberali di diversa ispirazione, cattolici, reduci della Grande guerra. Poche e confuse le idee all’ordine del giorno; del resto, anche il futuro Duce del fascismo non si era del tutto allontanato dalla sua identità socialista, benché osteggiasse apertamente il vecchio partito di origine con attacchi sempre più veementi.

Secondo i presenti, la riunione di piazza San Sepolcro, durante la quale il promotore fece due interventi, si concluse con l’approvazione di un programma. In realtà, molti dei contenuti del programma del nascente movimento presero corpo nei mesi successivi; e furono regolarmente illustrati dal Popolo d’Italia, il giornale fondato da Mussolini alla vigilia della guerra, che, da “quotidiano socialista”, il 1° agosto 1918 era diventato il “quotidiano dei combattenti e dei produttori”, un’ambigua autodefinizione per rivolgersi al popolo della trincea e agli operai, senza escludere il capitalismo imprenditoriale.

Proprio il quotidiano fascista, il 18 marzo, aveva scritto: “Ciò che differenzia i partiti non è il programma: è il punto di partenza e il punto di arrivo… Noi partiamo dal terreno della nazione, della guerra, della vittoria… Vogliamo l’elevazione materiale e spirituale dei cittadini italiani (non soltanto quelli che si chiamano proletari…) e la grandezza del nostro popolo nel mondo. Quanto ai mezzi noi non abbiamo pregiudizi: accettiamo quelli che si renderanno necessari: i legali e i cosiddetti illegali”.

I fascisti, che si dicevano libertari, volevano una radicale trasformazione della società; reclamavano la terra per i contadini, l’autonomia regionale e comunale, la rappresentanza operaia nelle fabbriche, un’imposta progressiva sul capitale, un minimo salariale garantito, un inasprimento delle tasse a carico dei più ricchi, il voto alle donne; propendevano per l’abolizione del Senato, che era di nomina regia, dei titoli di casta, della polizia politica, della leva obbligatoria; chiedevano la confisca dei sovraprofitti di guerra, la libertà di stampa, di pensiero, di religione e altro ancora. Inoltre, si dichiaravano contro la monarchia e contro la chiesa. Presto, il capo del fascismo avrebbe cambiato idea su ogni punto.

I fasci di combattimento, dal capoluogo lombardo, si diffusero rapidamente, arrivando fino a Roma e Napoli.

Alle elezioni politiche del novembre 1919, tuttavia, subirono una dura sconfitta; a Predappio, dove Mussolini era nato nel 1883, non racimolarono nemmeno un voto; al contrario, larga fu la vittoria dei socialisti, che divennero il primo partito su scala nazionale. In seguito, Mussolini ebbe chiaro quale fosse il ruolo che gli competeva per raggiungere il potere; e si mise a capo della reazione borghese per contrastare il socialismo, scatenando l’istinto violento del movimento che aveva creato.

Dopo la Marcia su Roma, i pochi partecipanti alla riunione di piazza San Sepolcro diventarono persone benemerite; ma furono, guarda caso, centinaia quelli che riuscirono a fare aggiungere all’elenco il proprio nome. Essere sansepolcristi, nell’Italia del nuovo regime, significava avere accesso a privilegi, onori e ottimi stipendi.

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